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Odilio Scherer ed il dito di Dio

“In quell’incontro tra il dito di Dio e quello dell’uomo, noi percepiamo il contatto tra il cielo e la terra; in Adamo, Dio entra in una relazione nuova con la sua creazione, l’uomo è in diretto rapporto con Lui, è chiamato da Lui, è a immagine e somiglianza di Dio“.

Le parole di Benedetto XVI, pronunciate  a cinquecento anni dall’inaugurazione della Cappella Sistina, testimoniano di una fede profonda sulla “chiamata” divina del  nuovo Sommo Pontefice.

L’ elezione del Papa è come una nuova alleanza tra il divino e l’ umano,  stipulata con  contatto fisico, appunto tra il dito di Dio e quello dell’uomo.

Se dovesse essere Odilio Scherer, arcivescovo di San Paolo del Brasile, il prescelto, ho ragione di ritenere che la sua  battaglia contro il relativismo dovrà essere  condotta con vigore, ad iniziare dai suoi fedeli.

Nell’ Arcidiocesi di San Paolo, infatti, si va perdendo il senso del contatto tra umano e divino.

Tutto per colpa degli  eretici,  a causa per caso degli assalti di atei incalliti, o per influssi panteistici di origine tribale?

Molto più prosaicamente, perché’ alla chiamata di Dio, all’ intercessione  tramite il contatto con il dito di Dio, i paulisti potrebbero rispondere con sufficienza, facendosi rappresentare, con un’impostura, figlia del relativismo imperante.

La Guardia Civil Municipal de Ferraz de Vasconcelos, nella regione metropolitana di San Paolo ha sequestrato un corpo di reato: sei dita di silicone.

Thuane Nunes Ferreira di ventinove anni ha utilizzato le dita di silicone per “marcare” falsamente la presenza presso la struttura sanitaria di sei colleghi medici, ingannando la macchina marca-tempo con  impronte digitali  posticce.

Alla missione di medico hanno risposo con un dito di silicone; ragionevole pensare che alla chiamata divina potrebbero con noncuranza farsi rappresentare dalla protesi artificiale.

Digito, ergo sum? Non proprio; piuttosto una più prosaica condizione umana, in bilico tra verità e falsità,  e lontana dal richiamo ultraterreno.

Lo sanno bene i poliziotti federali che mi hanno rilasciato il documento d’identità: hanno preteso che lasciassi le impronte delle dieci dita. Come dire che, per la statistica  dei grandi numeri, la probabilità di gabbare la legge è ridotta al lumicino.

Ho l’impressione che lasciare le impronte delle dieci dita serva anche a rafforzare le leggi, nel caso avverso ed imprevedibile che il numero legale di prove scenda drammaticamente.

Nulla è più prevedibile di un investimento, se si percorrono in bicicletta le Avenidas di una megalopoli come San Paolo.

La probabilità che il nostro investitore lasci a terra il malcapitato  e fugga, anch’essa è  elevata e non dipende  dalla latitudine.

Deve esserci viceversa una particolare attitudine paulista se l’investitore  prosegua la fuga per un’ora, e una volta fermatosi per accertarsi dei danni, rimuova il braccio destro del malcapitato ciclista, amputato nell’impatto, e rimasto incastrato nel veicolo; poco chiaro perché’ a quel punto risalga in auto per andare a gettare l’arto in un fiume.

Di colpo, la metà delle dieci prove documentali dell’identità del malcapitato si volatilizzano, lasciando “solo “cinque tracce digitali; atrocemente ridondanti, e  con  una drastica e drammatica cesura nella vita di relazione del malcapitato ciclista, divenuto mancino.

Dio tutto vede e nulla sfugge all’Altissimo.

Anche qui da noi in terra, per la verità si trovano delle contromisure.

Protesi siliconiche e amputazione di arto  sono state riconosciute da occhi elettronici, dispersi dalla polizia della megalopoli brasiliana.

Il  dubbio alberga sempre, che gli umani vogliano sfuggire alle conseguenze delle loro azioni: la Polizia vigila ed offre la prova video,  inconfutabile.

Anche l’umile servitore Odilio Scherer  dovrà piegarsi alla chiamata al soglio di Pietro, per una  strizzatina dell’occhio divino dalla volta della Cappella Sistina? Diapositiva1